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Le fotografie di Ernest Hemingway sono tratte da Wikimedia.it e sono disponibili con licenza CC BY-SA 3.0.
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Premio Giornalistico Papa Ernest Hemingway | Caorle Ernest Hemingway
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PAPA IN VENETO

Da Venezia alle cime di Cortina

 

La locanda Cipriani a Torcello, l’Harry’s Bar di Venezia e la valle di San Gaetano a Caorle dove Ernest Hemingway cacciava le anatre, ma anche le splendide montagne di Cortina, i teatri della Grande Guerra da lui conosciuti quali Fossalta di Piave, Schio e il Pasubio, Bassano del Grappa, e ancora Verona e la Valpollicella che divengono battiti del cuore, percorsi di vita che colorano le emozioni che accompagneranno lo scrittore per tutta la vita. Un cuore che ha cessato di battere per sua volontà, imbracciando per l’ultima volta quel fucile da caccia che lo accompagnava fin dall’adolescenza, quell’arma che, con il suo frastuono, non ha interrotto l’eco di quella canzone che, come aveva raccontato la moglie Mary, cantavano insieme la sera prima di morire, una canzone che aveva imparato molti anni prima a Cortina: “Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono …”. Si narra che a insegnargli quella canzone era stata Fernando Pivano, amica e traduttrice delle sue opere, quasi tutte diventate pellicole di successo.

Il Nobel nella laguna di Caorle

 

Papa dedica a Caorle e, in particolare modo alla sua laguna, alcune delle pagine più belle nel libro “Di là dal fiume e tra gli alberi”, pubblicato nel 1950 in America, mentre in Italia solamente nel 1965. Hemingway giunge a Caorle per la prima volta nell’inverno del 1948, ospite del barone Raimondo Nanuk Franchetti, al quale era legato dalla passione per la caccia e da una profonda amicizia, un amico al quale farà visita ripetutamente fino al 1954.

 

Gli anziani del posto ricordano ancora quest’uomo grande che arrivava con un’auto enorme dai cui lanciava caramelle ai bambini, gli stessi bambini ai quali non si sottraeva durante le sue visite nel centro di Caorle dove, seppur con fare energico, accarezzava amorevolmente loro la testa rivolgendogli qualche parola in un italiano sgrammaticato.

 

Papa, quando giungeva a Caorle con la moglie Mary Welsh, soggiorna nella villa padronale di San Gaetano, mentre quando arrivava da solo risiedeva nella casa di caccia in Valgrande.

 

Hemingway pensava di aver trovato a Caorle, ma nel Veneto tutto, quello che invano aveva sempre cercato nel suo girovagare per il mondo: la felicità e l’amore espressi nel gioioso rapporto con Adriana Ivancich, la fanciulla veneziana descritta nelle pagine del libro “Di là dal fiume e tra gli alberi”, la giovane musa conosciuta proprio a Caorle a casa del barone Franchetti. E’ proprio all’interno di questa relazione d’affetto con la giovane che, nelle vesti di colonnello dell’esercito americano, offre un tributo memorabile a Caorle, descrivendone i luoghi, i paesaggi e le atmosfere:

“Quattro barche risalivano il canale principale verso la grande laguna a nord…Spuntò l’alba prima che giungessero alla botte di doghe di quercia immersa nel fondo della laguna… il cacciatore…scese nella botte e il barcaiolo gli porse i due fucili… Ora c’era più luce e il cacciatore … riuscì a vedere il contorno basso della punta di là della laguna…più oltre c’era ancora palude ed infine il mare aperto…Osservò il cielo rischiararsi oltre il lungo margine della palude e vide in lontananza le montagne coperte di neve. Il colonnello udì uno sparo alle spalle dove sapeva che non c’erano appostamenti e voltò il capo a guardare di là della laguna gelata la lontana spiaggia coperta di falasco’. Volavano alti nel cielo i germani reali e i codoni si alzavano all’improvviso dai canneti verso spazi eterni; guizzava il cefalo a mezz’aria ricadendo nell’acqua e le anatre si perdevano nei giochi di ali e di luci”

Sono i passaggi più belli della vita di Papa, momenti che vive in un ambiente incontaminato dove la solitudine lascia spazio solamente al silenzio assordante della natura. Una laguna che sembra essere immune da quel mondo che cerca di raddrizzarsi dopo i tragici eventi della Seconda guerra mondiale, un mondo rumoroso che mal si sposa con la quiete della valle dove i volatili battono le ali in un cielo azzurro che si sposa con l’acqua dell’incontaminata laguna di Caorle, un paesaggio senza uguali per ritrovare l’anima libera dello scrittore.

 

Fonte tesi di laurea “Ernest M. Hemingway: un giornalista e scrittore cittadino del mondo”
by Luca Tarable, finalista Premio Papa 2015

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CASA DI CACCIA SAN GAETANO

Ancora verde e incontaminata, Valle San Gaetano è la frazione più piccola, ma certamente la più incantevole di Caorle. Un territorio dai nobili trascorsi storici, legati alla presenza dei baroni Franchetti che scelsero questo sperduto angolo della laguna di Caorle per farne un centro a gestione “autarchica” sul genere delle comunità fiorite nell’800, tanto che il barone Raimondo Franchetti ne fece il cuore di un vasto centro agricolo e di allevamento.

Frizzante e vivace ha visto, negli anni ‘60, la frequentazione del jet set internazionale e in particolare americano: assieme a Papa era di casa a San Gaetano, ospite della villa padronale dei Franchetti e più ancora della loro casa di caccia, Henry Fonda, sposato in quarte nozze proprio con una Franchetti. Oggi tutto è come allora, dalla casa padronale, un po’ in stato di abbandono, alle case coloniche, agli specchi acquei di Valle Franchetti, così come gli edifici rurali che, pur oggetto di recente ristrutturazione da parte della famiglia Poja, attuale proprietaria della valle, mantengono l’aspetto originario.

A dominare la valle c’è quella che fu la casa di caccia di Ernest Hemingway, una struttura di colore rosso che si affaccia allo specchio d’acqua della laguna, a pochi passi dalla cavana che, ancora oggi, è approdo per le imbarcazioni che solcano le acque di Valle Grande per la pesca e la caccia. Dentro la casa, in quella che fu rifugio dei cacciatori ospiti del barone Franchetti, un rifugio non accessibile alle donne, tutto è come a quel tempo: gli arredi dell’800 segnano il passaggio di un’epoca in cui un imponente orso imbalsamato ‘indica’ le scale per raggiungere il piano superiore dove alloggiava Hemingway. Tutto intorno trofei di caccia e fotografie dei safari che hanno visto protagonisti i Franchetti, ma anche Papa e sua moglie Mary.

Ogni anno, nel corso delle giornate dedicate a Ernest Hemingway, Matteo Poja, proprietario della Tenuta San Gaetano nonché membro del Comitato d’Onore del Premio Papa, apre le porte della casa di caccia ai tanti appassionati dello scrittore statunitense che giungono a Caorle per seguire gli eventi del Premio Papa.

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ARRIGO CIPRIANI
Arrigo Cipriani è il proprietario dell’Harry’s Bar di Venezia, nonché dei più quotati ristoranti italiani nel mondo. Suo padre Giuseppe, fondatore dell’impero, nel 1948 inventò il cocktail Bellini. I suoi ricordi di Hemingway sono stati raccolti nella tesi di laurea su Ernest Hemingway di Luca Tarable, finalista del Premio Papa 2015

Lei era studente universitario quando conobbe Ernest Hemingway. Ricorda quella mattina quando faceva finta di studiare e lui si affacciò al balcone della locanda Cipriani?

 

A dire il vero non lo conobbi direttamente, lo vidi. Lui quasi sempre abitava alla locanda Cipriani di Torcello: era l’inverno ’48/’49 e mi salutò dalla terrazza mentre passavo là sotto, anche perché all’epoca non parlavo ancora l’inglese. Ad ogni modo è vero, ero uno studente universitario, avevo appena cominciato l’anno accademico e stavo preparando il primo esame di legge.

 

Quali sono stati i racconti che le ha fatto sua zia Gabriella, l’anima del vostro locale sull’isola del Torcello?

 

mia zia Gabriella, sorella di mia mamma, era l’anima di Torcello. Non era sposata e praticamente viveva alla locanda. Ci raccontava sempre che era un uomo molto semplice e che amava andare a caccia alla mattina, con la barca di un certo signor Emilio. Le barche che vanno a caccia qui a Torcello si chiamano s’ciopon, anche se non sempre venivano usati come s’ciopon…lo sa cos’è uno s’ciopon?

Arrigo Cipriani
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Non me ne voglia, direi di no.

 

È una specie di sandolo con la prua molto bassa, in modo tale da poterci mettere un vero e proprio cannone riempito di chiodi e polvere per sparare alle anatre. Lo s’ciopon, però, serviva anche solo per andare a caccia col fucile: siccome lo scafo pescava pochissimo poteva passare sopra le secche e le barene, molto comodo siccome motori fuori bordo non ne esistevano ancora, o meglio, esistevano ma non ce li aveva nessuno.

 

Qualche altra testimonianza di sua zia?

 

Beh a esempio, ci raccontava che non scriveva mai di giorno bensì di notte. Per questo motivo gli mettevano fuori dalla porta delle bottiglie di vino rosso e se le trovavano vuote la mattina significava che aveva scritto tutta la notte, se erano piene voleva dire che aveva dormito. Questa non so se sia verità o leggenda, però è sicuramente una storia che intriga!

 

Hemingway amava il Valpolicella e non il Whiskey, come molti erroneamente affermano?

 

Si, il Valpolicella ma non l’Amarone! Perché si l’Amarone c’era, e per di più ce n’era pochissimo, ma non era un vino da tavola, è sempre stato un vino per il pomeriggio, o per il dopo-pasto. Adesso si beve Amarone anche a pasto, anche se secondo me è troppo forte, mentre allora c’era appunto il Valpolicella Valpantena, prodotto da Bertani. Il Valpolicella lo utilizzavamo anche noi all’Harry’s Bar, insomma, era un po’ il vino della casa.

 

Restando in tema, quali erano le altre sue bevande preferite?

 

Questo non glielo so dire, però le posso dire che amava mangiare, anche se non in grandi quantità. Adorava il risotto: l’ha mai letto il racconto “Il leone buono”? Ecco, lì lo nomina più di una volta, parla di un leone con le ali in groppa che però viene denigrato dai suoi simili in Africa perché mangiava risotto e beveva americano. Cacciato, torna a Venezia dove ritrova suo padre in piazza San Marco che gli raccomanda, se fosse andato all’Harry’s Bar, di dire a Cipriani che uno di quei giorni sarebbe passato a saldare il conto.

 

Si ricorda anche quanto era salato? Scherzi a parte, quali sono, invece, racconti, ricordi e le testimonianze di suo padre di Ernest Hemingway all’Harry’s Bar di Venezia?

 

Guardi, le posso raccontare un aneddoto legato insieme a un ricordo e a un’icona. C’è una fotografia, che possediamo ancora, di loro due: Hemingway con addosso un grande sombrero messicano, seduti a un tavolo di Torcello con molti bicchieri vuoti davanti. Le faccio immaginare i due-tre giorni seguenti passati da mio padre. Sa, mio padre era un uomo molto semplice e non parlava molto del lavoro, non faceva mai il padrone, faceva sempre l’ospite, non dava mai confidenze non desiderate se non la più gentile accoglienza. È questo ciò che piace alla gente, ed è un po’ il “segreto” dei nostri luoghi che tramandiamo ancora oggi.

 

La riporto per un momento a quest’estate: a luglio è stato ricordato a Caorle Ernest Hemingway, a cui è stato dedicato il Premio Giornalistico Papa, un evento a cui lei è intervenuto e che ha acceso i riflettori sul Veneto. Me ne vuole parlare?

 

Certo. Come ha appena ricordato ho avuto il piacere di partecipare come ospite alla fase finale del premio. A mio parere, i premi legati a grandi personalità della scrittura, quindi, in questo caso, sfondiamo una porta aperta, sono sempre iniziative importanti, stimolanti nello studio e fondamentali per lo sviluppo della cultura. Poi quest’anno ho potuto conoscere suo nipote John Hemingway, persona squisita, molto simpatica, e che è venuto a visitare anche l’Harry’s Bar. Quindi ribadisco il grande piacere di essere intervenuto e la caratura dell’iniziativa.