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Le fotografie di Ernest Hemingway sono tratte da Wikimedia.it e sono disponibili con licenza CC BY-SA 3.0.
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Premio Giornalistico Papa Ernest Hemingway | Premio Papa
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UNA STRANA TRIBU’

La Vitale Onlus, assieme al Premio Giornalistico Papa Ernest Hemingway e alla Marlin Editore, ha organizzato nel 2018 la trasferta in Italia dello scrittore John Hemingway, nipote di Errnest Hemingway, per un tour di presentazioni del suo libro “Una strana tribù. Memorie di Famiglia” di cui Roberto Vitale ha curato l’introduzione, mentre Maria Grazia Nicolosi la traduzione.

Il lancio è avvenuto a Milano, venerdì 19 ottobre, alla libreria Feltrinelli: accanto a John Hemingway c’erano Marisa Fumagalli e Paolo Lepri (Corriere della Sera), Stefano Polli (vice direttore ANSA).

Il viaggio in Italia di John Hemingway, che ha ripercorso idealmente i luoghi frequentati dal nonno Ernest, è continuato sabato 20 ottobre, quando è stato ospite in prima serata su Rai 3 a “Le parole della settimana” condotto da Massimo Gramellini.

Sono seguite le tappe a Bassano del Grappa (21 ottobre), Cortina d’Ampezzo (23 ottobre), Caorle (25 ottobre), Trieste (26 ottobre) e Venezia (27 ottobre).

L’appuntamento a Caorle, nella sala di rappresentanza comunale “Ernest Hemingway”, è stato l’occasione per John Hemingway di ritornare sull’isola che aveva “conosciuto” nel 2015, anno in cui è nato il Premio Papa.

INTRODUZIONE DI ROBERTO VITALE

Le storie di tutte le famiglie nascondono verità scomode, vicende sussurrate, circostanze raccontate sottovoce. Congiunture che lasciano in bocca il sapore amaro di un’idea non realizzata, di una realtà diversa da quella creduta, o forse solo sperata, per tanto tempo. Hemingway è un cognome importante. Un cognome che porta con sé il peso dell’aspettativa.

 

Hemingway è il cognome che sogna il ragazzino di periferia mentre gioca nel prato sotto caso assieme agli amici. Hemingway è il vestito cucito addosso a una vita avventurosa, fatta di coraggio e di grandi storie da raccontare.

 

Ma non sempre tutto è come appare. Non sempre l’aspettativa che leggiamo negli occhi di chi ci osserva riesce a scivolare nella patina della nostra indifferenza e inevitabilmente si rischia di rimanere incastrati tra due mondi completamente diversi e paradossalmente indivisibili.

Hemingway il giornalista, Ernest l’avventuriero, Papa lo scrittore. Papa era il nome affettuoso di Ernest Hemingway, così come lo chiamavano tutti i suoi figli e con cui lui stesso firmava le sue lettere per loro. Ma Papa identifica soprattutto un uomo che nell’immaginario collettivo rappresenta ancora oggi, a distanza di anni e di nuove verità, forza, passione, coraggio e libertà.

 

Rappresenta l’immagine mitologica e straordinaria di un uomo mai sceso a compromessi, amante della vita, delle donne, dell’avventura, di Cuba, dell’Amarone e del Veneto che lo aveva visto giovane volontario della Croce Rossa Americana durante la Prima guerra mondiale. E non potrebbe essere diversamente per i suoi figli, per i figli dei suoi figli e così per le generazioni a venire. Ma dietro al mito si cela l’uomo, con le sue fragilità, le sue insicurezze, le sue diversità, le paranoie e le debolezze.

John Hemingway riesce a mostrare il lato umano e vero di un uomo che ha usato la propria immagine come corazza per proteggersi dalle difficoltà e da quella quotidianità difficile da affrontare. Racconta della propria vita scavando nei ricordi scomodi di un cognome imponente e fragile, di un’infanzia difficile e sofferta e di un riscatto, attraverso la scrittura e le parole, che gli hanno permesso di fare pace con gli spiriti del passato.

 

John Hemingway, figlio di Greg, nipote di Ernest. Ma chi è John? Chi vuole essere John? Possiamo scegliere come vivere e chi diventare? Secondo John tutto è possibile, anche con i piedi incastrati in un pantano che sembra non ti dia scampo.

 

Ha scelto la verità John, ha scelto la leggerezza di sentirsi un uomo senza vincoli e slegato dalle aspettative di altri. Ha scelto di scavare nel profondo, mostrando immagini a volte scomode ma sempre vere, immagini che fanno riflettere e mostrano come, a distanza di tempo, si possa sempre riuscire a spezzare le catene. Una madre schizofrenica, un padre alla ricerca di un equilibrio mai trovato e sullo sfondo un bambino che cerca un po’ di affetto.

Il libro è una attenta ricostruzione della vita di Gregory Hemingway legato indissolubilmente e disperatamente alla figura del padre Ernest. È un racconto profondo, senza sconti, che mostra come gli schiaffi della vita possano lasciare il segno e quanto un genitore possa infliggere delle ferite che non si rimarginano mai definitivamente e delle umiliazioni che non si conciliano con la vita.

 

Esperimenti di genere, si potrebbe affermare, generati probabilmente da elementi genetici o famigliari trasmessi inconsciamente da padre a figlio. Questo, almeno, è quanto si domanda l’autore nella critica della sua memoria, memoria che gli offre il ricordo di un padre che sfidava la furia del mare e viveva per raccontarne le emozioni. Un uomo che ha ereditato più sventure di quanto meritasse e che ha vissuto all’ombra di numerosi fantasmi che lo hanno tormentato per buona parte della sua vita. Un padre che soffriva di psicosi maniaco-depressiva, che amava travestirsi e che ha finito per sottoporsi a un intervento chirurgico per cambiare sesso. Un uomo che non riusciva a stare lontano dai guai: beveva per cancellare l’ossessione di un padre ingombrante del quale sentiva terribilmente la mancanza. Greg amava guidare a tutta velocità con la paura che spesso ritornava impietosa: paura della vita, della solitudine, dell’abbandono.

John ritrova nella sua infanzia sbiadite somiglianze con quella di Greg. Una madre squilibrata alla quale era persino venuto in mente di abbandonarlo con il fratello Patrick e la sorella Maria in una chiesa cattolica per farsi suora. Una pazza, racconta John, tanto da consolidarsi in lui la convinzione di non poter contare su nessun altro al di fuori di suo padre Greg. Un medico che ha imparato a conoscere imbattendosi per la prima volta nella sua disgregazione nel 1985 quando, all’età di 24 anni, si è recato nel Montana per trascorrere un po’ di tempo con lui. Quello che si è presentato agli occhi di John era un uomo che viveva in una casa disordinata dove i resti di vari pranzi facevano bella mostra accanto a testi medici e giornali, dove il lavandino della cucina traboccava di sudice forchette, coltelli e bottiglie di birra.

Una condizione che Greg ignorava accecato dalla depressione, ma che per John è stato un campanello d’allarme. Altri, forse, erano suonati molti anni prima quando assieme ai suoi fratelli era stato sballottato di casa in casa, da parenti a parenti per tatuare sulla propria pelle anche il marchio dell’abbandono. Un destino scritto nella storia degli Hemingway che prima di John era toccato a Greg, il quale era stato affidato dalla madre ad Ada Stern, istitutrice della famiglia, una donna che l’autore definisce alcolizzata e spietata manipolatrice. John si chiede che tipo di uomo sarebbe stato suo padre se la nonna Pauline avesse prestato interesse non solo per la sua educazione. È chiaro che il rapporto tra il nonno Ernest e la moglie, ma soprattutto lo stress subito dal padre durante la sua infanzia, hanno fortemente segnato Greg, anche se il matrimonio di Ernest con Pauline ha caratterizzato uno dei periodi più produttivi della carriera letteraria di Papa che, però, non ha mai perdonato alla moglie di essere più ricca di lui. Una sudditanza economica che suscita vergogne tardive in chi viene visto come il vero “macho”, il grande cacciatore, il guerriero, l’uomo che ha avuto quattro mogli.

Anche Greg, come il padre Ernest, si è sposato quattro volte assillato dalla paura di restare solo, sempre all’eterna ricerca di un bilanciamento tra la parte maschile e quella femminile della sua personalità. Se Greg l’aveva provato sulla sua pelle, Ernest aveva sperimentato la diversità sessuale nella sua scrittura: la metamorfosi sessuale è stata, infatti, un argomento che ha interessato buona parte degli intellettuali di inizio ‘900. La cosa certa è che come Greg, neppure Ernest è riuscito mai a trovare la chiave della felicità, forse per entrambi a causa dalla mancanza di certe attenzioni materne. E forse per questo motivo, secondo John, Greg era l’immagine vivente di suo padre: due persone ossessionate dalle donne che celavano segreti inconfessabili.

Segreti da cui John è fuggito per molto tempo, subendo la pressione del proprio cognome, il peso di essere il figlio di Greg e il nipote di Ernest. La sua è la necessità di salvarsi da qualcosa da cui anche il padre, se avesse potuto, sarebbe fuggito.

La ferita di un’incerta condizione famigliare con un conseguente distacco emotivo è alla base di quel rapporto padre e figlio che si tramanda di generazione in generazione negli Hemingway, ma che l’autore ha giurato di spezzare nel rapporto con suo figlio Michael nato nel 2000 in Italia.

John con questo libro restituisce al padre parte della dignità di cui la sua condizione di maniaco depressivo, la sua salute precaria, l’espulsione dall’esercizio della professione medica, lo avevano privato. Ma John racconta anche dell’Africa, di quella terra tanto amata da Ernest e Greg, quel continente che doveva e poteva essere per John l’altare della sua consacrazione a scrittore. Un luogo dove stimolare la sua scrittura e la vena creativa degli Hemingway.

Roberto Vitale